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Stefano Belli
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01 – ALL FOR ONE, ONE FOR ALL

LeBron James stringe il primo Larry O'Brien Trophy della storia dei Cavs
LeBron James stringe il primo Larry O’Brien Trophy della storia dei Cavs

COMPOSIZIONE

Pelle
  • DETTAGLI
    impunture, tinta unita, punta tonda, tacco squadrato, interno in pelle, suola in gomma con incisioni, contiene parti non tessili di origine animale
  • MISURE
    Altezza tacco 3 cm
  • .

    Alla fine il Re ce l’ha fatta. Colui che venne chiamato ‘traditore’ quando, nel 2010, decise di “portare i suoi talenti a South Beach” (con tanto di maglie date alle fiamme in pubblica piazza) è riuscito a trascinare i suoi Cleveland Cavaliers per la prima volta sul tetto del mondo NBA.
    Un trionfo assolutamente clamoroso; onestamente, in quanti pensavano che i Cavs sarebbero riusciti a battere  i Golden State Warriors dei record e del due volte MVP Stephen Curry?

    A metà stagione la situazione non sembrava per niente rosea in Ohio, con la controversa decisione di licenziare coach David Blatt (per volontà – anche se non esplicitamente dichiarata – dello stesso LeBron James) e la sensazione di un gruppo non troppo unito. Anche quello che si è visto sul campo non faceva presagire quanto poi sarebbe successo; è vero, Cleveland ha chiuso con il miglior record ad Est, ma il percorso è stato piuttosto incostante e ‘macchiato’ da qualche pesante scivolone (vedi il pesantissimo 132-98 subito proprio contro Golden State a gennaio).

    Poi, però, sono arrivati i playoff e, come sempre, King James ha cambiato marcia.
    Dopo tre serie abbastanza agevoli (a parte il doppio passo falso di Toronto) è arrivata la tanto attesa rivincita contro la banda di Steve Kerr, vittoriosa nel 2015 contro un LBJ praticamente ‘solo’, visti i numerosi infortuni di giocatori chiave come Kyrie Irving e Kevin Love.

    La serie finale è stata la consacrazione di Irving (letteralmente devastante e decisivo più che mai, con l’incredibile tripla in faccia a Curry che di fatto ha consegnato il titolo ai suoi) e Tristan Thompson (padrone assoluto a rimbalzo), nonché il riscatto di un giocatore alla deriva come J.R. Smith.
    Love ha faticato moltissimo in finale, ma è stato un giocatore determinante per tutta la stagione. Stesso discorso per giocatori impiegati pochissimo nelle ultime partite, come Channing Frye o Matt Dellavedova.
    Lo storico titolo NBA vinto dai Cavaliers è la rivincita di Tyronn Lue, bistrattato e additato come ‘marionetta’ di LeBron, che alla fine ha riso (anzi, pianto) per ultimo, alzando il trofeo nella sua stagione di debutto come head coach.

    .

    Poi, ovviamente, c’è il Re, che ha consegnato queste Finals alla leggenda. Il Prescelto ha messo in campo (quest’anno come l’anno scorso, va detto) tutta la fame, la rabbia, la pressione e la carica che aveva dentro, mostrando al mondo (perché, ce n’era davvero bisogno?) cosa vuol dire essere un vincente.
    Con prestazioni da antologia, su cui spiccano una gara-6 ‘for the ages’ e la tripla-doppia (suggellata da una terrificante stoppata sull’ottimo Andre Iguodala) nella decisiva gara-7, LeBron ha scrollato di dosso a Cleveland una maledizione apparentemente infinita, coronando la promessa di portare un titolo in Ohio dichiarata nei giorni del fatidico “I’m coming home”.
    Da oggi si vedrà un LBJ diverso, in pace con sé stesso e con la sua città, dopo l’impresa più grande di una carriera passata con gli occhi del mondo puntati addosso.
    Per quanto riguarda noi, beh, dobbiamo solo ringraziare chiunque ci abbia permesso di poter assistere alle gesta di uno dei più grandi sportivi di sempre… che lo si ami o lo si odi, WE ARE ALL WITNESSES.

     

    02 – L’ULTIMO MORSO DEL MAMBA

    Kobe Bryant
    Kobe Bryant

    Quella appena conclusa è stata la stagione delle leggende.

    La leggenda di LeBron James, capace di portare un incredibile titolo a Cleveland rimontando un 3-1 in finale. Quella dei Golden State Warriors, in grado di infrangere un record – all’apparenza imbattibile – come il 72-10 dei Chicago Bulls di Michael Jordan, e di Steph Curry, primo MVP unanime di sempre.
    E la leggenda di Kobe Bryant, che scrive la parola fine ad una carriera indimenticabile con una partita da 60 punti contro gli Utah Jazz, nella notte in cui il mondo dello sport si stringeva attorno a lui per rendergli omaggio.

    Prima o poi doveva succedere, ma l’addio del Black Mamba cambia per sempre la NBA che eravamo abituati a conoscere.
    Kobe lascia al termine di una stagione partita con aspettative di ‘rinascita’ per i suoi Lakers, ma trasformatasi presto nel ‘Kobe Bryant’s Farewell Tour’ alla luce degli ennesimi, pessimi risultati della squadra.
    Negli ultimi mesi da giocatore NBA, il Mamba ha raccolto il tributo di compagni, avversari e tifosi, anche dei tanti (troppi) che un tempo gli sono stati nemici (alla partita di addio allo Staples Center c’era anche Shaquille O’Neal).
    Al di là della (molto facile) retorica, nessuno ha potuto esimersi dal riconoscere la grandezza di questo fuoriclasse, che va oltre i titoli vinti, le finali dominate o gli 80 punti contro i Raptors nel 2006.

    Malgrado non sia riuscito a ‘riportare in vita’ i derelitti Lakers, Kobe Bryant ha chiuso alla sua maniera, al centro del palcoscenico dopo i 60 morsi rifilati ai Jazz.
    Davvero difficile, ora, immaginare il più grande agonista di sempre seduto sul divano, senza una nuova sfida da affrontare, un nuovo, grande attaccante da marcare o un nuovo, grande difensore a cui schiacciare in testa.
    Fatto sta che la prossima stagione sarà la prima dell’era post-Kobe. Della leggenda vivente che ha infiammato i nostri tempi, probabilmente, rimarrà soltanto (sul campo) la Mamba Mentality

     

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    03 – END OF AN ERA

    Tim Duncan (a sinistra) e Manu Ginobli
    Tim Duncan (a sinistra) e Manu Ginobli

    Chi lo sa se è davvero la fine di un’era? A differenza di Kobe, né Manu Ginobili, né tantomeno Tim Duncan hanno dato chiare indicazioni sul loro immediato futuro. Gara-6 persa contro i sorprendenti Oklahoma City Thunder potrebe essere stata l’ultima partita dei due fenomeni che, insieme a Tony Parker e a coach Gregg Popovich, hanno reso immortali i San Antonio Spurs. In tal caso, nessuna celebrazione, nessun ‘farewell tour’, ma un addio più che mai consono allo stile della società e dei giocatori in questione.

    L’ultima stagione non è andata esattamente come i due speravano. Dopo una grandissima regular season, chiusa con il miglior record nella storia della franchigia (secondo assoluto, dietro agli inarrivabili Warriors), la corsa al titolo si è interrotta in una serie, contro OKC, che vedeva i texani nettamente favoriti.

    Considerando che le possibilità di vincere un ultimo titolo sarebbero comunque reali anche nella prossima stagione, grazie alla consacrazione delle nuove star Kawhi Leonard (eletto per il secondo anno consecutivo miglior difensore NBA) e LaMarcus Aldridge, è lecito pensare che l’idea di un’ultima corsa insieme non sia poi così lontana. Anche perché, giova ricordarlo, saranno 5-6 anni che tutti prevedono, invano, il loro ritiro…

    Paul Pierce nel 2008, con il trofeo di Finals MVP
    Paul Pierce nel 2008, con il trofeo di Finals MVP

    Quasi certamente, invece, può ritenersi conclusa la carriera di Paul Pierce. Dopo una stagione piuttosto negativa con la maglia dei Los Angeles Clippers, ‘The Captain And The Truth’ ha capito che Padre Tempo non risparmia nessuno.
    Visto che non c’era nessuno a celebrare il grande capitano dei Boston Celtics campioni NBA 2008 il giorno della sua probabilissima ultima partita (il 29 aprile a Portland, con i Clips eliminati dai Blazers in gara-6), è doveroso omaggiare uno dei più grandi giocatori degli ultimi vent’anni… RESPECT.

     

    04 – L’ULTIMO TRENO

    Kevin Durant (#35) e Russell Westbrook
    Kevin Durant (#35) e Russell Westbrook

    Di sicuro ci hanno provato. La stagione da “ora o mai più” dei Thunder si è conclusa senza titolo, ma la truppa di coach Billy Donovan ha perso nel modo più onorevole, sconfitta in una sanguinosa battaglia durata sette partite contro i grandi Warriors.

    Adesso, dopo mesi e mesi di speculazioni, previsioni, rumors che lo accostavano a qualsiasi squadra (mi piace ricordare quando disse: “Boston è una bella città”, scatenando l’isteria collettiva per il suo ‘sicuro’ approdo ai Celtics), per Kevin Durant, ormai prossimo ai 28 anni, è arrivato il momento della grande decisione: rimanere ad Oklahoma City o cambiare aria?

    Al termine di una stagione che ha visto OKC (finalmente al completo, con sia KD che Russell Westbrook in salute) sfiorare l’accesso alle NBA Finals, salvo poi essere rimontati da Steph Curry e compagni, il numero 35 avrebbe parecchi buoni motivi per rimanere alla corte di Billy Donovan.
    In primis, ovviamente, lo stesso Westbrook, cresciuto esponenzialmente nelle ultime stagioni e ormai da considerare tra i 5 o 6 giocatori più forti al mondo. Un altro punto a favore della conferma, poi, può essere lo spirito combattivo messo in mostra dalla squadra ai playoff, quella voglia di vincere che spesso era mancata in precedenza.
    Se tutto ciò non bastasse, la dirigenza ha messo a segno un gran colpo la sera del draft, spedendo Serge Ibaka in quel di Orlando e ricevendo dai Magic un pacchetto formato da Domantas Sabonis (undicesima scelta), Ersan Ilyasova e Victor Oladipo.
    Se i primi due vanno a rinforzare un reparto lunghi già di altissimo livello, guidato dalla coppia Steven Adams-Enes Kanter, l’ex Hoosier può essere l’innesto decisivo per il tanto auspicato salto di qualità.
    Per contro, rimanere nella fin troppo agguerrita Western Conference potrebbe comportare un abbassamento notevole delle chance di vittoria di un titolo la cui mancanza, per un fenomeno come Durant, inizia a pesare.

    Dalla decisione di Kevin dipenderà non solo il futuro dei Thunder, ma dell’intera lega. Tempo un paio di settimane e il tormentone numero uno dell’estate NBA (e della stagione di OKC) dovrebbe arrivare finalmente ad una conclusione.

     

    05 – GIMME FIVE

    James Harden (Houston Rockets) e Stephen Curry (Golden State Warriors)
    James Harden (Houston Rockets) e Stephen Curry (Golden State Warriors)

    Quella del 2015/16 si presentava come la Western Conference migliore di sempre, o almeno degli ultimi anni. Cinque squadre partivano con più che legittime ambizioni da titolo ma, con il passare della stagione, il novero delle pretendenti si è via via ridotto.

    I primi ad abbandonare la corsa sono stati gli Houston Rockets, protagonisti di una stagione assolutamente fallimentare dopo le Conference Finals raggiunte (anche per grossi demeriti dei Clippers) lo scorso anno.
    La squadra guidata prima da Kevin McHale, poi da J.B. Bickerstaff si è rivelata presto non all’altezza delle concorrenti, riuscendo a strappare un biglietto per i playoff solo all’ultima partita. L’ottava testa di serie ha portato ad uno scontro impari con i Warriors, concluso in sole cinque partite malgrado l’assenza dell’infortunato Curry.
    Per James Harden e soci, ora che i nodi sono venuti al pettine, la prossima estate, con la free-agency che quasi certamente porterà via Dwight Howard, sarà decisiva per le ambizioni future.

    Los Angeles Clippers erano chiamati al riscatto dopo la sciagurata eliminazione agli scorsi playoff. Al termine di una regular season molto buona, però, la malasorte si è accanita su Doc Rivers, privandolo sia di Chris Paul che di Blake Griffin durante la serie contro Portland. Per i sorprendenti Blazers è stata quasi una formalità spezzare ancora una volta i sogni di gloria dei californiani.
    CP3 e compagni, anche in virtù dell’ulteriore crescita di DeAndre Jordan, saranno comunque uno dei top team della West Coast anche nella prossima stagione. Dovesse poi, per caso, arrivare il numero 35…

    San Antonio Spurs erano indicati da molti come i favoriti addirittura per il titolo. La stagione regolare li ha visti secondi solo ai Warriors dei record, con un Kawhi Leonard candidato MVP e un LaMarcus Aldridge sempre più inserito nei meccanismi della squadra. Ai playoff, però, è arrivato l’inarrestabile treno da Oklahoma City, che ha spazzato via in rimonta gli uomini di Gregg Popovich.
    Nonostante la delusione, il futuro appare comunque dalla parte dei texani; i probabili (ma assolutamente non certi) addii di due pilastri come Tim Duncan e Manu Ginobili dovrebbero essere assorbiti, almeno sul piano tecnico, da nuovi innesti (si parla molto di Mike Conley, ma il sogno è – come per tutti – KD), e con due uomini-franchigia come Leonard e Aldridge, quelli che sarebbero i ventesimi playoff consecutivi sembrano ampiamente alla portata.

    Una volta eliminati gli Spurs, i Thunder si sono arresi, come dicevamo, ai Golden State Warriors. Coach Billy Donovan ha saputo tirar fuori il meglio dai suoi uomini nel momento più importante della stagione (l’eroico Steven Adams è il miglior esempio), ma l’orgoglio dei campioni in carica ha consentito ai ‘Dubs’ una sontuosa rimonta, che li ha portati al secondo atto della rivalità con i Cleveland Cavaliers.

    Dopo una stagione entrata di prepotenza nei libri di storia, con il nuovo record NBA di 73 vittorie e 9 sconfitte, la squadra della Baia ha pagato in finale gli enormi sforzi psicofisici necessari per centrare questo incredibile traguardo.
    I primi a ‘finire la benzina’ sono stati proprio gli ‘Splash Brothers’, Steph Curry e Klay Thompson, quasi irriconoscibili contro i Cavs. Senza le due superstar al loro meglio, arginare la marea LeBron James era impossibile, nonostante un inizio di serie (e un vantaggio di 3-1) piuttosto incoraggiante.

    Ancora una volta, si torna sull’argomento Kevin Durant: la sua scelta estiva detterà tutti gli equilibri, Western Conference inclusa. Un eventuale approdo di KD sull’altra costa degli USA potrebbe di colpo cancellare il gap tra Est ed Ovest. Qualora tutto dovesse restare invariato, invece, la supremazia del ‘selvaggio West’ continuerebbe incontrastata.
    Magari non sarà più un “Gimme Five” visto il brutto momento dei Rockets, ma per la corsa al titolo bisognerà sempre passare dalle ‘solite note’.

     

    06 – WHO’S THE REAL MVP?

    Steph Curry con i due titoli di MVP stagionale, vinti nel 2015 e nel 2016
    Steph Curry con i due titoli di MVP stagionale, vinti nel 2015 e nel 2016

    Fa quasi sorridere pensare che in tanti, dopo le prime sconfitte di Golden State ai playoff (per non parlare del post-Finals) hanno screditato il secondo titolo di MVP consecutivo vinto da Stephen Curry.
    In tempi recenti non c’è mai stata una regular season in cui un solo giocatore è stato così superiore a tutti gli altri. Da novembre ad aprile il numero 30 è stato il padrone indiscusso della lega, tanto da diventare il primo MVP UNANIME di sempre.
    D’altronde, come non premiare il leader della miglior squadra (dati alla mano) di sempre, che per sei mesi ha infiammato le arene di tutta America con giocate ben oltre i limiti dell’umana concezione, frantumando un record dopo l’altro?
    Poco importa che durante i playoff, per un motivo o per l’altro, si sia trasformato in un giocatore QUASI normale, mancando il back-to-back e contribuendo a “delegittimare” (sempre con mille virgolette) la stagione dei Warriors; tutto ciò significherà un titolo in meno a fine carriera. Per quanto riguarda la corsa al premio, però, la discussione non dovrebbe nemmeno cominciare.

    Tra tutti quelli che non si chiamano Curry (Seth escluso, con tutta la stima …), è bene citare i due runner-up della passata stagione. Russell Westbrook è stato più che straordinario (entra anche lui nei libri di storia con le 18 triple-doppie stagionali), ma quest’anno non ce n’era per nessuno. James Harden, invece, si è leggermente involuto; mostruoso come sempre in attacco, assolutamente inaccettabile a livello difensivo, specialmente in una squadra con seppur minime ambizioni da titolo.
    Miglior stagione in carriera per Kawhi Leonard, che si è consolato del mancato MVP con il secondo titolo di fila di ‘Defensive Player Of The Year’. Anche Kevin Durant, finalmente in salute, non ha deluso le aspettative ma – come per il compagno di squadra – questo era l’anno sbagliato.
    LeBron James, dal canto suo, ha continuato con la strategia utilizzata negli ultimi anni: viaggiare ‘con il pilota automatico’ fino ad aprile, per poi cambiare marcia con l’arrivo dei playoff. Un’idea quantomai vincente, a giudicare dalle SEI finali consecutive e dai tre stendardi regalati a Heat e Cavs.

    Ad inizio anno avevamo pronosticato, tra gli outsider, il terzetto formato da Anthony Davis, Paul George e John Wall.
    PG13 ha disputato una grande annata, ma per avere un MVP serve anche una grande squadra; attenzione a lui e ai suoi Pacers l’anno prossimo!
    John Wall ha giocato il miglior basket in carriera, ma la partenza incerta ha finito per condizionare la stagione dei deludenti Washington Wizards.
    Il monociglio, vittima di numerosi infortuni durante l’anno, è stato risucchiato nella mediocrità dai Pelicans. Alla squadra della ‘Big Easy’ servirà una vigorosa sterzata per tornare ai playoff; l’ottavo posto dello scorso anno non è mai sembrato così lontano…

     

    07 – LA LEVA CESTISTICA DEL 2015

    Kristaps Porzingis (New York) e Karl-Anthony Towns (Minnesota); i futuri padroni della lega?
    Kristaps Porzingis (New York) e Karl-Anthony Towns (Minnesota); i futuri padroni della lega?

    Davvero una splendida annata per i rookie. Il draft del 2015, seppur molto meno atteso di quello precedente, ha sfornato un bel gruppo di talenti che, nel giro di pochi anni, potrebbero essere i nuovi dominatori della lega.

    Primo fra tutti, ovviamente, Karl-Anthony Towns, il cui roboante debutto ha finito quasi con l’oscurare la prima scelta 2014 Andrew Wiggins. Sicuro All-Star (già l’anno prossimo?) e potenziale MVP, è facile scommettere che di ‘The Big KAT’ sentiremo parlare ancora a lungo.

    Se su Towns c’erano pochi dubbi anche prima del draft, non si può dire lo stesso di Kristaps Porzingis. Il lituano ha saputo mettere a tacere gli inqualificabili fischi dei “tifosi” di New York, passando in pochi mesi da oggetto misterioso a grande speranza per il futuro dei Knicks. Attenzione però: caricare di troppe responsabilità un ragazzo di appena 20 anni potrebbe rivelarsi un errore fatale, sia per lui che per la squadra.

    Partito in sordina, ma letteralmente deflagrato nel finale di stagione, Devin Booker è sicuramente uno degli uomini copertina di questa stagione. Le sue micidiali triple lo hanno messo persino nel radar di Kobe Bryant, che ha voluto omaggiarlo con un paio di scarpe autografate. A parte questo, il suo grande inizio fa di lui il miglior colpo dei Phoenix Suns nell’era post-Nash.
    Un passo indietro, ma con un futuro certamente luminoso davanti, per giocatori come Jahlil Okafor (che rimanga o meno a Philadelphia), D’Angelo Russell (che avrà al suo fianco un’altra giovane star come Brandon Ingram), Emmanuel Mudiay e Myles Turner.
    Nella soleggiata Miami, Pat Riley si starà ancora sfregando le mani per aver scelto Justise Winslow e Josh Richardson, già protagonisti del ritorno ai playoff degli Heat. Per valutare adeguatamente altri prospetti, come Mario Hezonja, Stanely Johnson, Wille Cauley-Stein o Bobby Portis servirà invece più tempo, ma la sensazione è che quel draft 2015 verrà ricordato come uno dei più ricchi di sempre.

    Se consideriamo anche il buon secondo anno di Zach LaVine, Rodney Hood, Jabari Parker e Aaron Gordon, il prossimo debutto (finalmente) del lungodegente Joel Embiid e l’arrivo tra i prò di Ben Simmons e Brandon Ingram, possiamo essere più che ottimisti. Big things are coming

     

    08 – OWN THE FUTURE

    Andrew Wiggins (Wolves) e Giannis Antetokounmpo (Bucks)
    Andrew Wiggins (Wolves) e Giannis Antetokounmpo (Bucks)

    A proposito di futuro, prima del via avevamo messo sotto la lente d’ingrandimento tre franchigie in piena corsa verso la grandezza: Bucks, Magic e Timberwolves.

    Milwaukee questa corsa ha trovato qualche ostacolo, e la squadra di Jason Kidd è rimasta fuori dai playoff. L’innesto di Greg Monroe non ha ancora dato i frutti sperati, così come la scelta di affidare la regia a Michael Carter-Williams. L’innalzamento del livello medio ad Est, poi, ha contribuito al deludente risultato finale.
    In fin dei conti poco male, comunque; Jabari Parker, assente per gran parte del suo anno da rookie, ha mostrato grandi cose, mentre Giannis Antetokounmpo è sempre più lanciato verso l’onnipotenza, mettendo sul campo doti tecniche e atletiche davvero paurose e continuando la sua crescita (da segnalare le cinque triple-doppie in poco più di un mese, tra febbraio ed aprile). Un passo falso, ma per gli anni a venire… Feer The Deer.

    Partiti benino, per poi calare drasticamente gli Orlando Magic. Il giudizio su questa franchigia, reduce da una stagione tutto sommato positiva malgrado il mancato accesso ai playoff (ci sarà tempo), non può prescindere da quanto successo la notte del draft. La trade che ha portato in Florida Serge Ibaka in cambio di Ersan Ilyasova, l’undicesima scelta Domantas Sabonis e, soprattutto, Victor Oladipo, stravolge completamente quanto fatto negli ultimi anni, ovvero accumulare giocatori giovani e di talento per arrivare in alto nel giro di qualche stagione.
    Per arrivare ad Ilyasova (e a Brandon Jennings), i Magic si erano privati di un pezzo pregiato come Tobias Harris. Con la partenza del turco, Orlando si ritrova senza Harris, Ilyasova, lo stesso Jennings (fine contratto) e Sabonis, altro potenziale pilastro per il futuro. Oltretutto, la dirigenza abbandona il progetto di costruire la squadra attorno ad Oladipo, per cui era stata spesa la seconda chiamata al draft 2013. Il tutto per un giocatore di ottimo livello, per carità, ma non certo un top player.
    Il talento in ogni caso non manca. Mario Hezonja ha vissuto una stagione da rookie così così, ma le potenzialità ci sono tutte. Elfrid Payton ed Aaron Gordon sono stati protagonisti di un ottimo secondo anno (Gordon, infortunato per gran parte della scorsa stagione, è cresciuto enormemente dopo l’indimenticabile Slam Dunk Contest perso contro Zach LaVine; cosa ne sarà di lui con l’arrivo di Ibaka?). Evan Fournier è stato uno dei migliori, e le sue grandi prestazioni hanno contribuito alla cessione di Oladipo (utilizzato a lungo come sesto uomo).
    A stagione terminata, in panchina è stato chiamato Frank Vogel. L’ex condottiero degli Indiana Pacers può essere l’uomo della svolta, ma bisognerà stare attenti a non abbandonare il (giusto) sentiero intrapreso.

    Se tutto dovesse andare come sembra, per Minnesota si prospetta un futuro più che luminoso. Se il draft del 2014 (e la trade per Kevin Love) aveva portato un Andrew Wiggins subito protagonista (Rookie Of The Year) e il superatleta Zach LaVine, quello successivo ha regalato a ‘Minnie’ un potenziale MVP come Karl-Anthony Towns (vincitore del premio quest’anno)
    I playoff non sono mai stati vicini, ma con l’ulteriore crescita dei tre giovanissimi prodigi, un cast di supporto dall’età più che verde (Gorgui Dieng, Shabazz Muhammad, Tyus Jones, lo stesso Ricky Rubio: tutti sotto i 26 anni) e un innesto importante come quello del promettente playmaker Kris Dunn (quinta scelta al draft 2016), possiamo aspettarci grandi cose nel Minnesota.
    Anche perché al timone ora c’è Tom Thibodeau, ex ‘guru’ difensivo di Celtics e Bulls… Quanto manca alla prossima stagione??

     

    09 – ITALIANS

    Da sinistra: Marco Belinelli, Danilo Gallinari e Andrea Bargnani
    Da sinistra: Marco Belinelli, Danilo Gallinari e Andrea Bargnani

    Forse la peggior stagione di sempre per gli italiani della NBA.

    L’unico a poter salvare qualcosa di questo 2015/2016 è Danilo Gallinari, che da gennaio a marzo ha giocato la miglior pallacanestro in carriera. Le sue ottime prestazioni hanno addirittura fatto nascere una petizione per mandarlo all’All Star Game di Toronto, ma alla fine il Gallo è rimasto (giustamente, a mio avviso; chi sarebbe dovuto star fuori, Durant?) a guardare da casa.
    Le soddisfazioni individuali non sono però coincise con quelle dei Denver Nuggets, ancora impegnati in una lunga fase di ricostruzione. Purtroppo per Danilo gli anni passano, ma le chance di vincere qualcosa sembrano sempre lontanissime.

    Marco Belinelli aveva deciso di “monetizzare” (parole sue) dopo il biennio trionfale di San Antonio, sacrificando le ambizioni di gloria per strappare il miglior contratto possibile. Detto, fatto; il Beli ha portato a casa un contrattino da quasi 20 milioni in tre anni, ma in una ‘gabbia di matti’ come i Sacramento Kings.
    La squadra californiana, profondamente minata dalla faida tra l’uomo franchigia (DeMarcus Cousins, tanto forte quanto ingestibile) e il capo allenatore (George Karl, bistrattato senza alcun rispetto dai media) è velocemente sprofondata in un vortice di mediocrità, in cui è inevitabilmente caduto anche il nostro connazionale.
    L’avventura di Belinelli ai Kings è finita anzitempo; la notte del draft, infatti, la dirigenza ha imbastito una trade che lo ha spedito agli Charlotte Hornets.
    In fin dei conti, meglio così per tutti. Sacramento non perde una pedina fondamentale (lo stesso Marco, in maniera un po’ troppo arrogante, ha pubblicamente criticato i metodi di allenamento di un signor allenatore come Karl, capace in passato di far ‘volare’ squadre come Sonics e Nuggets), mentre Belinelli troverà, alla corte di Michael Jordan, una franchigia con ambizioni playoff molto più serie rispetto a quelle dei Kings.

    Infine Andrea Bargnani, il giocatore sbagliato nella squadra (?) sbagliata.
    Brooklyn Nets erano (e rimangono) una franchigia impresentabile, gestita in maniera folle da Mikhail Prokhorov.
    Bargnani era arrivato al Barclays Center con due idee: aiutare i Nets a risalire dal baratro e iniziare il riscatto personale. Evidentemente nessuno dei due propositi è andato a buon fine, tant’è che le due parti si sono accordate, a febbraio, per una rescissione consensuale del contratto.
    Dopo dieci anni in cui ha dimostrato (senza timore di smentite) di essere un più che valido giocatore NBA, la carriera negli USA di Andrea potrebbe essere giunta al termine.

    Con Bargnani di ritorno in Europa (per lui si parla di Turchia, Spagna e persino Italia, con un interessamento dell’Olimpia), la colonia italiana in America potrebbe essere rinfoltita con l’arrivo di Alessandro Gentile agli Houston Rockets.
    In tal caso, a maggior ragione dopo questo annus horribilis dei nostri, non possiamo fare altro che augurare ad Ale di farsi valere nella tana di James Harden…. Good luck!

     

    10 – A LONG WAY (BACK) TO THE TOP

    Carmelo Anthony, il presente di New York si fa largi tra Kobe Bryant (#24) e D'Angelo Russell (#1), passato e futuro dei Lakers
    Carmelo Anthony, il presente di New York si fa largi tra Kobe Bryant (#24) e D’Angelo Russell (#1), passato e futuro dei Lakers

    Siamo nell’era delle ‘nobili decadute’, franchigie un tempo gloriose che si trovano da anni a navigare nei bassifondi della lega. Particolarmente ‘scabrosa’ la situazione di Los Angeles Lakers e New York Knicks, che aprivano questo 2015/16 con una gran voglia di riscatto.

    La stagione dei Lakers, come visto in precedenza, è andata presto a rotoli. D’Angelo Russell, Julius Randle e Jordan Clarkson sono ottimi prospetti, non c’è dubbio, ma devono crescere e avranno modo di mettersi in mostra (anche se Clarkson sarà free-agent in estate). Intorno c’è però bisogno di una squadra, cosa che in quel di L.A. è decisamente mancata.
    Dei ‘grandi innesti’ estivi solo Lou Williams ha dato un significativo contributo; gli altri, da Roy Hibbert a Brandon Bass, si sono rivelate semplici meteore di questo periodo buio.

    L’ultima stagione verrà ricordata per sempre come quella dell’addio di Kobe Bryant.
    Il Black Mamba non è stato soltanto uno dei migliori giocatori della storia dei Lakers, è stato i Lakers nell’ultimo ventennio.
    Bisogna anche dire, però, che la sua presenza è stata a volte fin troppo ingombrante. Anche se nessuno lo ha mai dichiarato esplicitamente, è abbastanza facile intuire come molti free-agent di livello siano stati trattenuti dall’accasarsi a Hollywood proprio a causa del ‘controllo totale’ esercitato da Bryant (idolo incontrastato di chi scrive, sia chiaro) sulla franchigia.Il ritiro del Mamba dà ufficialmente inizio ad una nuova era, inaugurata dalla scelta di Brandon Ingram con la seconda chiamata al draft. Sarà lui a riportare alla gloria i gialloviola?

    In casa Knicks è arrivata finalmente un po’ di luce. Kristaps Porzingis ha stupito tutti con un grandissimo primo anno, portando un nuovo entusiasmo al Madison Square Garden. Grazie ad un roster più consistente rispetto alle stagioni passate (e ci mancherebbe!), la squadra ha viaggiato per diversi mesi in zona playoff, prima del brusco calo che è costato il posto a coach Derek Fisher.
    Dopo anni di vergogna, però, qualcosa sembra muoversi tra i grattacieli di Manhattan, sotto la guida del Maestro Zen Phil Jackson. La off-season è iniziata con il botto: da Chicago è arrivato Derrick Rose.
    Anche se non potrà mai (forse) tornare ai livelli del pre-infortunio (quando, nel 2011, divenne il più giovane MVP di sempre), D-Rose può essere un’ottima ‘esca’ per i free-agent più ambiti. D’altronde, una squadra con Carmelo Anthony, Derrick Rose e Kristaps Porzingis è sicuramente più appetibile rispetto a quella del magico quintetto Galloway-Larkin-Ledo-Acy-Amundson (per non dimenticare…). Bisognerà però aspettare la fine dell’estate per capire a cosa potranno ambire gli uomini del nuovo coach Jeff Hornacek.

    Stefano Belli
    Creatore di Angry At The Rim e rubricista per NBAPassion.com.

    Rapito (come tanti in quegli anni) dai Bulls di MJ, perso e poi riconquistato dai Lakers del Three-Peat e dall’ascesa di D-Wade, può vantare lo stesso numero di canestri rotti di Shaq: 2, nella vecchia cameretta.

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    Stefano Belli

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    Creatore di Angry At The Rim e rubricista per NBAPassion.com. Rapito (come tanti in quegli anni) dai Bulls di MJ, perso e poi riconquistato dai Lakers del Three-Peat e dall'ascesa di D-Wade, può vantare lo stesso numero di canestri rotti di Shaq: 2, nella vecchia cameretta.

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